Ultima modifica: 4 Marzo 2020
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6 marzo 2020: il ricordo di Piero Martinetti tra i Giusti dell’Umanità

Il 6 marzo si celebra la “Giornata europea dei Giusti dell’umanità”, istituita dal Parlamento italiano nel 2017, dedicata a tutti coloro che si sono impegnati nella difesa dei diritti umani e hanno sostenuto la dignità delle persone contro le discriminazioni. Il concetto di Giusto va infatti esteso a includere quanti, in ogni parte del mondo, hanno salvato vite umane in tutti i genocidi e difeso la dignità umana durante i totalitarismi; la Giornata dei Giusti dell’umanità vede ormai da anni la celebrazione di commemorazioni in Italia, in Europa e nel mondo, nei Giardini dei Giusti, nelle scuole, con le istituzioni, le amministrazioni locali, le associazioni del territorio.

Tra queste straordinarie personalità il nostro istituto ha il dovere e l’onore di ricordare Piero Martinetti  (1872-1943), al quale è intitolato: fu l’unico filosofo tra i professori universitari a rifiutare di prestare giuramento al regime fascista nel 1931 (soltanto 12 in Italia), decisione presa seguendo l’ “imperativo categorico della coscienza”, come scrisse nella lettera all’allora Ministro dell’Istruzione.

Messo di fonte alle limitazioni del regime fascista alla libertà di insegnamento, Martinetti rifiutò quella firma ignobile, preferendo rinunciare alla cattedra che alla propria libertà di coscienza. Queste le parole con cui rispondeva alle pressioni che l’allora Ministro della Educazione, Balbino Giuliano, aveva cercato di esercitare nei suoi confronti:

Ho sempre diretto la mia attività filosofica secondo le esigenze della mia coscienza, e non ho mai preso in considerazione, neppure per un momento, la possibilità di subordinare queste esigenze a direttive di qualsivoglia altro genere. Così ho sempre insegnato che la sola luce, la sola direzione ed anche il solo conforto che l’uomo può avere nella vita è la propria coscienza; e che il subordinarla a qualsiasi altra considerazione, per quanto elevata essa sia, è un sacrilegio. Ora col giuramento che mi è richiesto io verrei a smentire queste mie convinzioni ed a smentire con esse tutta la mia vita; l’E. V. riconoscerà che questo non è possibile“.

Il suo non va considerato un atto di ribellione all’autorità dello Stato, ma come un atto di coscienza, un rifiuto di sottomettersi ad una autorità superiore, totalitaria e impositiva, il piegarsi alla quale avrebbe significato un tradimento di quell’ideale e imperativo di libertà e coerenza morale su cui aveva fondato tutto il proprio insegnamento e la propria condotta di vita. Una ribellione pacifica e di altissimo significato etico.

 

Cicchini E., Foti F., Savoia S.

 

 

 

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